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	<title>Prealpi Veronesi &#187; fraccaroli</title>
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	<description>Baldo - Carega - Lessinia</description>
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		<title>Il «Tavela», un simbolo della montagna buona</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Sep 2008 09:36:16 +0000</pubDate>
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È un dato di fatto, come è un dato di fatto che se andate a fare un’escursione sui monti dell’alta Val d’Illasi durante il fine settimana (non importa quale sia la stagione dell’anno) o comunque in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci si può definire veri esperti o perfetti conoscitori del Gruppo del Carega se non si conosce il «Tavela».<br />
È un dato di fatto, come è un dato di fatto che se andate a fare un’escursione sui monti dell’alta Val d’Illasi durante il fine settimana (non importa quale sia la stagione dell’anno) o comunque in un giorno di festa ed a maggior ragione se durante il periodo estivo, in uno dei cinque rifugi che s’incontrano lungo la via che da Giazza porta a Cima Carega, prima o poi lo incontrerete.<br />
Chi? Ma il «Tavela», ovviamente, al secolo Stefano Viviani. Un personaggio tutto particolare, colorito, senza dubbio originale.<br />
Forse lo troverete che vi serve un caffé al rifugio Revolto, oppure al «Pertica» a spinare la birra dietro il bancone o, più probabilmente, a rimestare minestroni o scolare la pastasciutta al «Fraccaroli».<br />
Non cercatelo però sulle vie ferrate o sui sentieri più impervi e neppure negli angoli più appartati e silenziosi del Carega.<br />
Cercatelo invece dove c&#8217;è gente, dove si chiacchiera e si fa baldoria, dove si mangia bene.<br />
Ma chi è questo personaggio che incarna forse meglio di chiunque altro lo spirito più genuino della cordialità montanara e che riesce a trasformare ogni rifugio dell’alta Val d’Illasi in un «Bar sport» dove ci si ritrova fra vecchi amici?<br />
Il «Tavela» (l’articolo «il» va preposto di regola) nasce nel 1960 in quel d’Illasi ed ancora bambino gli viene affibbiato in famiglia un soprannome, «Tavela» appunto, in onore di un noto giocatore dell’Hellas Verona di quegli anni.<br />
Le prime uscite in montagna le fa nei dintorni di Giazza poi, poco più che ventenne, con gli amici si allontana dalla sua valle per frequentare anche altre montagne, soprattutto le Dolomiti.<br />
Però la scintilla dell&#8217;innamoramento non scocca per i Monti Pallidi, come non scocca nemmeno per il Monte Baldo, che visita due volte e che subito abbandona per dedicare tutto il proprio tempo libero al suo vero, unico grande amore: il Gruppo del Carega.<br />
Un rapporto privilegiato il «Tavela» lo instaura fin da giovane con la famiglia Baschera, gestori storici del rifugio Mario Fraccaroli: dapprima con Franco, poi con i figli cui è attualmente affidata la gestione e con i quali praticamente il Tavela trascorre il periodo estivo lavorandovi assieme un mese intero.<br />
«Per me», racconta il Tavela &#8211; «il rifugio Fraccaroli è il rifugio di montagna per eccellenza.<br />
Piccolo, accogliente ed essenziale, incarna meglio di qualunque altro lo spirito dell&#8217;ospitalità in alta quota. Soprattutto è il classico rifugio dove è impossibile non comunicare con chi ti è attorno e dove è inevitabile tirare tardi a chiacchierare, anche se poi ti aspettano almeno due ore di discesa».<br />
Nonostante il legame particolare con il «Fraccaroli» ed i suoi gestori, il «Tavela» non trascura però gli altri rifugi, e se c’è da fermarsi a dare una mano per un giorno o per una occasione particolare come un capodanno o un plenilunio da «tutto esaurito», lui c’è.<br />
Insomma, la sua presenza e la sua disponibilità sono una certezza sia per i gestori che per gli escursionisti. Quella di «attaccare bottone» con tutti per lui è un’arte elevata a regola di vita. Negli approcci la sua preferenza sembra andare al gentil sesso, ma in ossequio al principio delle pari opportunità non lesina la sua facondia agli escursionisti di sesso maschile. La sua naturale simpatia lo porta a comunicare con tutti, a favorire l’incontro tra persone. Il Tavela conosce e fa conoscere.<br />
È riuscito persino, naturalmente al Fraccaroli, a far incontrare due persone, un ragazzo ed una ragazza, che un anno dopo si sono sposati. Tanta la riconoscenza dei novelli sposi che a nozze avvenute sono saliti sino al rifugio a portargli i confetti!<br />
Insomma, se esistesse un ufficio pubbliche relazioni del Gruppo del Carega, il Tavela ne sarebbe certamente il titolare. Un tipo assolutamente fuori dal Comune, questo Tavela.<br />
Simpaticissimo ed originale al punto che bisognerebbe inserirlo fra le «specie endemiche» presenti in alta Val d’Illasi e, come tale, considerarlo «specie protetta».<br />
D’altronde dove lo trovate, altrove, uno che a quarantotto anni non soltanto non possiede la patente perché non la vuole (e non perché gliel’abbiano ritirata) e che non ha nemmeno il telefono cellulare? Solo per queste due ragioni meriterebbe che gli venisse intitolato un rifugio.<br />
Dove? Naturalmente sul Carega!<br />
(Eugenio Cipriani)</p>
<p>[Fonte : <a href="http://www.larena.it">L'Arena</a> del 31 Agosto 2008]</p>
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		<title>Mezzo secolo sulle rocce della «Campalani»</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Jul 2008 16:18:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Compie cinquant’anni la ferrata «Carlo Campalani», sullo sperone sudest di Cima Carega, e l’anniversario sarà celebrato domani, una domenica proprio come mezzo secolo fa, quando gli associati del Gruppo alpino operaio (Gao) di Verona tagliarono il nastro e scoprirono la stele in marmo dedicata a Campalani. L’idea era partita due anni prima da un gruppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Compie cinquant’anni la ferrata «Carlo Campalani», sullo sperone sudest di Cima Carega, e l’anniversario sarà celebrato domani, una domenica proprio come mezzo secolo fa, quando gli associati del Gruppo alpino operaio (Gao) di Verona tagliarono il nastro e scoprirono la stele in marmo dedicata a Campalani. L’idea era partita due anni prima da un gruppo di amici, Bepi Bonazzi, Antonio Conterno, Claudio e Ruggero Nereo, Renato Nicolis, Vittorio Marangoni, Sandra Righetti e Fernanda Testi, che avevano voluto realizzare fra le montagne di casa qualcosa di duraturo che soddisfacesse la loro passione per l’alpinismo e desse lustro all’associazione. Fu scontato dedicare l’opera a Carlo Campalani, classe 1928, morto nel 1955, giovane segretario del Gao e alpinista appassionato, stroncato dalla malattia.<br />
Quando fu individuato come ideale il percorso lungo l’anticima sudest del Carega, che divide il vallone della Teleferica da quello di Campobrun, i gaoini di allora, aiutati da mogli e fidanzate, si adoperarono tutti i fine settimana per concretizzare l’opera, tenendo come base operativa il rifugio Scalorbi. Da lì partivano con tutta l’attrezzatura e ogni giorno era un chiodo in più, una staffa, un primo tratto di corda metallica. Occorre considerare che allora non si usavano né generatori di corrente né elicotteri e tutto veniva eseguito manualmente: dal trasporto del cemento agli ancoraggi in ferro.<br />
Il lavoro durò un anno, ma portò alla realizzazione della prima via ferrata delle Piccole Dolomiti: oltre 150 metri di sviluppo che attrassero l’immediato interesse di un gran numero di escursionisti, affascinati dalla possibilità di affrontare in sicurezza un percorso alpinistico.<br />
La realizzazione fu solo il primo passo, perché da allora e per cinquant’anni l’opera ha avuto bisogno di continua manutenzione e cura, come richiedono le più severe norme sulla sicurezza. Uno di loro, Silvano Brescianini, nel 1983, per i primi 25 anni dell’opera, la rifece completamente, assistito da Franco Baschera, gestore del Fraccaroli, da Renzo Giuliani, che coordinò i lavori e da tanti amici.<br />
Da allora Brescianini è diventato l’angelo custode della ferrata, perché non passa stagione che non sia sul posto a controllare, sostituire, modificare secondo le continue e più restrittive norme, sempre coadiuvato da amici e soci.<br />
L’appuntamento per il cinquantenario è, come allora, al rifugio Scalorbi domani alle 8. Un gruppo, di cui farà parte anche Renato Nicolis, 80 anni, tra i realizzatori dell’opera, partirà per affrontare la via attrezzata.<br />
Altri seguiranno il sentiero normale e per tutti l’appuntamento è al Fraccaroli, dove gli amici della sezione «Battisti» del Cai si adopereranno per un brindisi in amicizia fra due delle più belle e storiche realtà alpinistiche veronesi. Si tornerà insieme allo Scalorbi per la messa delle 11.30, animata dal coro Il Rengo, diretto dal maestro Piero Zamboni. Poi seguirà il pranzo al rifugio e la consegna di un riconoscimento a quanti hanno contribuito a realizzare e a mantenere efficiente la via ferrata.<br />
(Vittorio Zambaldo)</p>
<p>[Fonte : <a href="http://www.larena.it">L'Arena</a> del 05 Luglio 2008]</p>
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		<title>Ronchi &#8211; Capanna Sinel &#8211; Rif. Fraccaroli</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Apr 2008 14:29:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Altimetria : m 1527
Tempo : ore 5.15
Segnavia : 108
Difficoltà : E

È l&#8217;itinerario più diretto, ma faticoso, per raggiungere Cima Carega con provenienza dalla Valle di Ronchi.
Da Ronchi (m 711), verso Sud-Est, si segue la rotabile che, aggirando pianamente un solco, raggiunge l&#8217;abitato di Mas (m 715) e di qui prende a salire con forte pendenza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ul>
<li>Altimetria : m 1527</li>
<li>Tempo : ore 5.15</li>
<li>Segnavia : 108</li>
<li>Difficoltà : E</li>
</ul>
<p>È l&#8217;itinerario più diretto, ma faticoso, per raggiungere Cima Carega con provenienza dalla Valle di Ronchi.<br />
Da Ronchi (m 711), verso Sud-Est, si segue la rotabile che, aggirando pianamente un solco, raggiunge l&#8217;abitato di Mas (m 715) e di qui prende a salire con forte pendenza, lasciando a destra, dopo un doppio tornante, il grande e solitario Maso Michei (m 813).<br />
Poco più avanti (m 865, km 2 da Ronchi) s&#8217;incontra un bivio dove, sulla destra, si stacca il sent. 109; si prosegue allora sulla sinistra lungo la strada che, lasciando poco più in basso Casa Eccheli, sale fino alla base di uno sperone roccioso ed entra nell&#8217;angusto solco delta Val di Penèz.<br />
Mentre la slrada prosegue verso una vecchia cava, il sentiero si addentra costeggiando la destra idrografica del ghiaioso impluvio, prima con qualche tornante e poi sempre con forte pendenza fino alla diroccata Malga Penèz (m 1441, ore 2.15).<br />
Dopo un piccolo tralto un po&#8217; rilassante, il sentiero riprende, in direzione Nord-Ovest, ripido e faticoso fino ad una spalla rocciosa dove s&#8217;innesta sulla sinistra il raccordo con il sent. 114B in località Casarino.Si gira in direzione Est prima per un tratto quasi piano in parte boscoso, per poi salire ripidamente e con qualche tornante fino ad incontrare la mulattiera di arroccamento (m 1860, ore 3.55) lungo la quale si prosegue sulla destra, lasciando sulla sinistra il sent. 115 che oltrepassata una galleria<br />
sale verso Cima Levante. Sulla scoscesa fiancata Ovest della Pala dei Cherle la mulattiera si riduce a sentiero che, mediante alcune ripide serpentine, riguadagna l&#8217;antico tracciato montando su un pulpito mugoso dal quale trae origine il contrafforte che separa la Val di Penèz dalla rupestre Val di Lovro dove si trova la nuova Capanna Sinèl (m 1990, ore 4.15).<br />
Poco più avanti s&#8217;incontra il bellissimo Prà de Sinèl, che si risale direttamente, poi ripigliando la mulattiera e rasentando un intaglio del crinale in corrispondenza del Castello del Cherle, dal quale si coglie un impressionante scorcio sulla sottostante zona del Cherle, si tocca la Bocchetta della Neve (m 2097 &#8211; innesto sent. 160). La mulattiera, ora scavata nella roccia, incide la scarpata Ovest di Cima Posta, s&#8217;infila nella spaccatura della Bocchetta Grolle, sfocia sulla grande conca superiore di Malga<br />
Posta, aggira da Sud ancora la Cima Posta e la Cima del Cherlong, sfiora l&#8217;omonima Bocchetta (innesto sent. 162) econ un paio di tornanti arriva alla Forcella tra Cima Carega e la Costa Media, e quindi al rif.<br />
Fraccaroli (m 2238, ore 5.15).</p>
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		<title>Troppi fracassoni al chiaro di luna</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Aug 2006 12:00:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giazza. Sembra impossibile ma succede anche questo: schiamazzi notturni che rompono il magico silenzio degli oltre 2200 metri di quota del Carega. E a farne le spese sono gli ospiti del rifugio Fraccaroli, disturbati nel loro sonno ristoratore a ore impossibili. «Tutta colpa della luna», esclama sconsolato Giancarlo Baschera, da anni gestore, assieme ai fratelli, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giazza. Sembra impossibile ma succede anche questo: schiamazzi notturni che rompono il magico silenzio degli oltre 2200 metri di quota del Carega. E a farne le spese sono gli ospiti del rifugio Fraccaroli, disturbati nel loro sonno ristoratore a ore impossibili. «Tutta colpa della luna», esclama sconsolato Giancarlo Baschera, da anni gestore, assieme ai fratelli, del celebre rifugio della sottosezione del Cai Verona «Cesare Battisti», «che quando è piena attira ormai da qualche stagione sempre più escursionisti romantici appassionati di notturne al chiar di luna».<br />
Romantici ma talvolta poco previdenti e, quel che è peggio, non sempre educati. Partono infatti di notte anche con il tempo incerto, se non addirittura con la pioggia (e viene da domandarsi chi glielo faccia fare, visto che l’astro celeste in quelle condizioni non è nemmeno visibile), e pretendono poi di entrare al rifugio alle due o alle tre del mattino per ripararsi, mangiare e magari pure far baldoria, incuranti del fatto che tutt’attorno vi siano, oltre ai gestori, decine di ospiti che, al contrario, prediligono l’escursionismo diurno e pertanto cercano durante la notte di recuperare le forze per la giornata seguente.<br/><br />
«Un rifugio di montagna come il Fraccaroli», spiega Baschera, «è un pubblico esercizio con orari ben precisi. Si chiude la sera verso le 22 e si riapre la mattina alle 6. Ovviamente, se durante la notte arriva qualcuno in difficoltà che chiede alloggio, è nostro dovere riceverlo. Ma deve trattarsi di qualcuno in difficoltà e non, come accaduto più volte, di un gruppo numeroso che sale schiamazzando e, in piena notte, mentre tutti i nostri ospiti riposano beati, bussa insistentemente alla porta esigendo di entrare, oppure si sistema in terrazza creando un trambusto a causa del quale non è più possibile chiudere occhio nell’arco di almeno 300 metri attorno al rifugio!».<br />
Insomma, il classico atteggiamento che farebbe venire la proverbiale «luna di traverso» a chiunque si trovasse costretto a subirlo. «Questo non significa», si affretta a puntualizzare Baschera, «che non si debbano fare le notturne, per carità! Basta farle con intelligenza. Abbiamo avuto gruppi, ad esempio, che si sono organizzati in modo di arrivare da noi di sera e che, dopo aver cenato, sono scesi nottetempo godendosi il plenilunio e lasciando gli ospiti del nostro rifugio liberi di dormire in santa pace».<br/><br />
Notturne a chiar di luna sì, dunque, ma programmate come si deve. Quindi con un occhio alle condizioni meteo e un altro, di riguardo, alla serenità degli ospiti del rifugio.<br/><br />
Ma c’è un altro problema, sotto certi aspetti più grave, che in questo periodo sta creando non pochi disagi. Si tratta del guasto al collegamento telefonico col rifugio, un guasto che non solo si è già ripetuto altre volte quest’estate, ma che nell’ultima settimana non è stato riparato e ha quindi lasciato isolato il rifugio.<br/><br />
«A dire il vero anche negli anni scorsi abbiamo avuto spesso problemi con la linea telefonica», spiega sempre Baschera, «ma poiché avevamo un amico che lavorava alla Telecom, facevamo riferimento a lui e i collegamenti venivano ripristinati entro 24 ore al massimo. Da quest’anno però abbiamo perso questo prezioso aggancio e ogni volta, siamo arrivati alla quarta ormai, quando si verifica il guasto iniziano i guai.<br />
Dal fondovalle mia moglie o qualche amico deve tentare e ritentare, anche per ore, di mettersi in contatto con un tecnico attraverso una estenuante trafila telefonica. Ma anche una volta entrati in contatto i problemi non mancano. Come il 9 agosto quando, dopo l’ennesimo tour de force telefonico, l’addetto alle riparazioni, in maniera tutt’altro che accomodante, ci ha detto che al momento non avrebbe fatto nulla!».<br/><br />
E così il Fraccaroli non può essere raggiunto telefonicamente anche perché, come ben sanno i frequentatori della zona, sul versante veronese del Carega i telefonini prendono poco e male. «Se per il gestore della rete risolvere tempestivamente un guasto accontentando così un utente forse non è una priorità assoluta», continua Baschera, «per noi essere collegati alla rete fissa è di importanza fondamentale. Se il telefono non funzione sembra infatti che il rifugio sia chiuso, cosa che non è affatto vera. In più, particolare tutt’altro che trascurabile, non possiamo nemmeno collegarci col fondovalle per eventuali situazioni di emergenza».<br />
Insomma, una situazione difficile che rappresenta uno dei pochi lati negativi di una stagione che, maltempo degli ultimi giorni a parte, non è stata affatto male. «Nel complesso», riferisce infatti sempre Baschera, «luglio con il bel tempo prolungato ci ha dato molte soddisfazioni e, tutto sommato, anche questo mese non è stato male, come non è stato male specialmente il giorno di Ferragosto che ci ha regalato sole e visitatori in abbondanza. Quindi, nel complesso, non possiamo lamentarci. Però, se si potesse riparare il collegamento telefonico e se alla prossima luna piena gli escursionisti fossero tutti educati e silenziosi sarebbe proprio il massimo!».<br/><br />
Eugenio Cipriani<br/>[Fonte: L'Arena]</p>
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		<title>IL CAREGA RIMPIANGE L&#8217;AFA</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2004 12:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se non ci fosse stato il precedente della scorsa estate «africana», l’attuale stagione escursionistica e alpinistica in alta Val d’Illasi, avrebbe potuto essere definita normale, con temperature accettabili, tempo variabile e consueti acquazzoni pomeridiani. Ma il 2003, con la sua eccezionalità, aveva abituato bene gestori e proprietari dei rifugi nel Gruppo del Carega, che invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se non ci fosse stato il precedente della scorsa estate «africana», l’attuale stagione escursionistica e alpinistica in alta Val d’Illasi, avrebbe potuto essere definita normale, con temperature accettabili, tempo variabile e consueti acquazzoni pomeridiani. Ma il 2003, con la sua eccezionalità, aveva abituato bene gestori e proprietari dei rifugi nel Gruppo del Carega, che invece quest’anno vedono decisamente rientrate nella norma le presenze in quota e, conseguentemente, diminuiti gli introiti. Insomma, anche se nessuno si lamenta apertamente, una più o meno malcelata delusione serpeggia. D’altronde, piovaschi a parte, non sono pochi i fattori che, a partire dalla tarda primavera sino a oggi, hanno contribuito a determinare un andamento non entusiasmante. «Bisogna sottolineare», dicono sia Romeo Cappelletti del rifugio Pertica che Mirella Faggioni dello Scalorbi, «che la stagione è partita molto tardi a causa della neve che ha reso impraticabile sino a maggio inoltrato l’accesso escursionistico ai rifugi più alti».<br />
«Come se non bastasse», aggiunge Elena Falsarolo del rifugio Revolto, «alla neve si sono aggiunti i lavori dell’acquedotto da Giazza al Lago Secco. Il cantiere è stato sospeso e la strada riaperta, ma c’è ancora chi crede che sia chiusa: non sono poche le persone che, prima di salire, ci telefonano per avere conferma dell’effettiva percorribilità della strada». Un problema, questo, molto sentito anche dai proprietari del Rifugio Boschetto.<br />
Maltempo, sovrabbondanza di neve, strada inizialmente inagibile o comunque disagevole sono quindi le cause che hanno limitato l’affluenza sino ai primi di agosto, ma la vera causa del serpeggiante malessere si chiama carovita. «Abbiamo mantenuto pressoché inalterati i prezzi delle consumazioni e dei pernottamenti rispetto all’anno scorso», dicono i gestori di tutti e quattro i rifugi citati, «ma l’aumento complessivo del costo della vita ha portato a una drastica riduzione dei consumi. Se una volta l’escursionista al termine di una bella camminata si concedeva un pasto completo, oggi si accontenta di un primo o di un secondo, quando addirittura non si porta pane e companatico da casa e da noi prende solo un caffè».<br />
Il carovita, come è ovvio, non ha nuociuto solo alle tasche di gestori e proprietari dei rifugi ma a quelle di (quasi) tutti gli italiani in genere che, volenti o nolenti hanno subito le conseguenze della poco efficacemente combattuta trasformazione delle vecchie 1.000 lire in un euro, a fronte di un valore effettivo, come tutti sappiamo, pari pressoché al doppio. Tuttavia è proprio là dove vi è un’economia debole e dipendente da tanti fattori che il fenomeno determina le ripercussioni maggiori.<br />
Gli unici a non lamentarsi, né della scarsità di presenze, né dell’inclemenza del tempo e neppure del caro-euro, sono i fratelli Baschera, gestori del Fraccaroli. «Certamente non vi è confronto con l’estate 2003», dicono i simpatici gestori del più alto rifugio del Carega, «ma gli escursionisti salgono da noi ugualmente, sia dal Trentino che dalla parte veronese e vicentina, e di conseguenza non ci possiamo certo lamentare. E poi si sa, in montagna una stagione non è mai uguale all’altra! Quanto alle consumazioni, beh, chi arriva sino a qui ha camminato almeno due ore e mezza e quindi qualcosa consuma di sicuro».<br />
La quota, a quanto pare, rende ottimisti. Su di un punto, comunque, tutti i titolari dei pubblici esercizi del Carega sono d’accordo: negli ultimi anni è considerevolmente migliorata la sensibilità ecologica dei visitatori. Cartacce, razzìe di stelle alpine, pic-nic selvaggi sono sempre più una rarità. La conseguenza, più o meno diretta, di tale atteggiamento è un accresciuto valore ambientale di queste montagne lungo i cui splendidi sentieri non è più così difficile imbattersi in una orchidea o in un cuscinetto di stelle alpine, oppure fermarsi per seguire le evoluzioni dei camosci sulle rocce o ammirare il volo dell’aquila reale. In barba al maltempo e al caro-euro. <br />
Eugenio Cipriani<br/>[Fonte: L'Arena]</p>
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		<title>SENZ&#8217;ACQUA I RIFUGI SUL CAREGA</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2003 12:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>«Brenta, Carega e Adamello, quando vai porta l’ombrello», si sarebbe detto un tempo. Similmente ai due noti gruppi montuosi delle Alpi Retiche, quanto a precipitazioni estive anche il nostro Carega si è sempre battuto bene. D’altronde, assieme alle vicine Piccole Dolomiti vicentine, delle quali è la massima elevazione, il Carega rappresenta il primo ostacolo che le masse d’aria calda e umida provenienti dalla pianura incontrano nel loro cammino. E questa gigantesca muraglia rocciosa, che a est si prolunga nel Pasubio, attraverso un particolare processo atmosferico, fa sì che l&#8217;umidità si condensi, trasformandosi dapprima in grosse nuvole e poi in pioggia, non di rado sotto forma di rovescio temporalesco. Ma quest’anno niente. O molto poco. Tempo bello, quasi sempre mite e soleggiato oppure piovoso ma senza precipitazioni. Da circa due mesi, proprio come in pianura, con l’unica eccezione di qualche piccolo rovescio in più nei giorni scorsi. Una situazione che se per un verso ha favorito l’attività turistica ed escursionistica in alta Val d’Illasi, per un altro sta preoccupando molto i gestori dei rifugi situati più in quota, rifugi che vedono le proprie riserve idriche assottigliarsi ogni giorno di più. Come i Lessini, anche il Carega infatti è un gruppo montuoso composto da rocce carbonatiche, in prevalenza dolomie, che tendono ad assorbire come spugne le acque piovane, restituendole a quote molto più basse attraverso fontane, risorgive, torrenti raramente perenni. In conseguenza di ciò, quei rifugi che per la loro ubicazione si trovano lontani da sorgenti, devono chiedere aiuto a Giove pluvio, accaparrandosi quanta più acqua piovana possibile. Ma se non piove o se piove troppo poco in relazione alle esigenze dei rifugi che, proprio grazie al bel tempo, sono diventati meta di pellegrinaggio (specie nei fine settimana) di quanti cercano un po’ di scampo dalle arsure della pianura, cosa succederà? «Noi confidiamo nei temporali», dice Francesca Baschera, che assieme ai fratelli Gianni e Tommaso gestisce il rifugio Fraccaroli, a due passi dalla cima più alta del Carega, «e nel frattempo, per quanto ci è possibile, facciamo economia. Abbiamo ancora una discreta riserva, con la quale potremo soddisfare le esigenze dei nostri ospiti per circa un altro mese, periodo entro il quale sicuramente il cielo ci offrirà nuovo sostentamento. Quindi non ci lamentiamo, cosa che comunque cerchiamo di non fare mai e specialmente durante questa estate che ci sta regalando una stagione escursionistica con i fiocchi!». Un po’ più preoccupati sono invece i gestori del rifugio Scalorbi a Campobrun, che sebbene situato più in basso e in una verde conca, quanto a riserve idriche deve sempre e comunque fare riferimento al cielo. «Le mucche che si abbeverano alla pozza di Campobrun non hanno problemi», dice la signora Faggioni, gestrice dello Scalorbi, «perché basta poca acqua piovana e come per miracolo la pozza si riempie di quel tanto necessario al fabbisogno degli animali. Ma noi dobbiamo fare i conti solo con le nostre vasche di raccolta, che adesso cominciano un po&#8217; ad illanguidirsi. Per limitare i consumi evitiamo il più possibile gli sprechi e così, se dobbiamo fare una lavatrice, portiamo il bucato a casa in Val d’Illasi e laviamo tutto lì. Naturalmente speriamo nella pioggia, anche se dobbiamo ammettere che sul piano turistico una stagione così non si vedeva da tempo». Per Romeo Cappelletti, gestore del rifugio Pertica, la scadenza è all’incirca di un mese, poi sarà crisi idrica. «Per fortuna», dice soddisfatto Romeo guardando con interesse dalla finestra del rifugio un fronte di nuvole lontano, «ogni tanto cade qualche goccia, ma sempre in misura inferiore alle aspettative. Nuvole tante, talvolta anche nuvoloni neri che sembrano promettere chissà quali precipitazioni ma, alla fine, solo una spruzzatina. Per un mese possiamo ancora tirare avanti, poi bisognerà correre ai ripari in qualche maniera!». Più a valle, in quel di Revolto, la situazione è invece più rosea grazie alla sorgente, ancora abbastanza copiosa, della Valle Rossa che sebbene sgorghi sull’opposto versante, grazie a un meccanismo idraulico in parte naturale ed in parte tecnologico offre acqua a sufficienza. «Gli sprechi comunque sono aboliti», sottolineano Elena Falsarolo e Federico Mattiolo, gestori del rifugio, «e a intervalli regolari andiamo dall’altra parte della valle a controllare che la fontana continui a fare il proprio dovere. La prudenza non è mai troppa!». Riceve invece acque dalla Lessinia, e più precisamente dalle pendici del Malera, il rifugio Boschetto, situato circa 200 metri di quota più in basso del Revolto. Qui le cose non vanno molto bene, e lo dimostra il fatto che la vicina fontana di Dogana vecchia è ridotta a un filo. «La nostra sorgente è sempre più scarsa e aspettiamo con impazienza che una buona pioggia, magari anche più d’una, rimetta le cose a posto. Di contro non possiamo lamentarci dell’affluenza turistica, in buona parte frutto proprio di questa estate tutta particolare». Insomma, non si sa bene se lamentarsi o se iniziare a preoccuparsi per il perdurare di questa situazione meteorologica. Una cosa è certa: nel fare lo zaino prima di partire per un’escursione sulle nostre montagne sarà buona regola non dimenticare, almeno sino a che non arriveranno tempi migliori, una borraccia piena d’acqua. Eugenio Cipriani<br />
<br/>[Fonte: L'Arena]</p>
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