Linea magica sulle rocce a picco sulla Val d’Adige
Dolomiti veronesi? Torri, campanili, diedri, fessure, paretoni, spigoli, guglie, creste, strapiombi al limitare della Lessinia Occidentale sulla Val d’Adige, in Veneto, proprio sopra il versante orientale della sinistra Adige, in comune di Ala, sopra Borghetto. C’è una bastionata di calcare di falesie sovrapposte, di oltre mille metri di dislivello, interrotta da fasce di cenge boscose, più una che è una semplice linea sugli abissi, leggibilissima dalla vallata: una riga nera fra giallo della roccia e il verde della foresta.
È quella. E per la prima volta quattro alpinisti veronesi l’hanno percorsa: è lunga quasi 4 chilometri, articolatissima, con tratti larghi 5 metri e altri mezzo, oppure solo la linea nera nel vuoto totale, più ripari, conoidi sezionati, traversate in assoluta esposizione, alcune da percorrere solo in artificiale, con le staffe da arrampicata. Ne parlano come di un ambiente meraviglioso, panoramicissimo, una linea logica di conoscenza di tutto un altro mondo, fantastico com’è fra la trafficata valle del fiume, la morbidezza del paesaggio alpestre lessinico, isolatissima eppure raggiugibile da almeno sei possibili punti di discesa, anche in corda doppia, silente e mutevole perchè se pare solo un tratto di righello dell’origine del mondo, in realtà impegna e obbliga su diversi orientamenti cardinali, cambiando vegetazione di continuo, fra passaggi carponi e piena esposizione su anfiteatri e colatoi, terreno misto di roccia saldissima e friabile, da farsi solo con ottima esperienza di roccia e, soprattutto con grande rispetto ambientale.
L’arboricoltore Bruno Bettio (autore dell’alta via della Presanella) l’incisore e stampatore Stefano Tedeschi (che proprio con Bettio tracciò sulla Nord della Presanella nel 1982 un’ardita, espostissima, via di ghiaccio), il poligrafico Fausto Toninelli con Nadia Pirmati, per un anno, in 20 uscite, si sono impegnati sul tracciato, armandola il meno possibile ma impegnando 400 chiodi a espansione di nuova generazione ( i «multimonti», viti autofilettanti di sei millimetri).
«Andavo spesso in esplorazione in zona con Francesco Bresciani e, recentemente, con Davide Masotto, quella cengia mi attirava, è un sogno romantico, un passaggio lungo almeno un giorno (ma si può bivaccare comodamente), irreale, metafisico ma concreto, che richiede grande attenzione ed emana fascino ad ogni passo», dice Stefano Tedeschi.
L’itinerario inizia dal Passo della Morte, 1389 metri, sopra malga Borghetto (1280), il villaggio San Michele (1226) e malga Pietà (1310), scende nel bosco alla cengia nera (1033) la percorre tutta fino a collegarsi, dopo un grandioso paretone concavo e aggettante, con il sentiero che sale da Ossenigo di Peri per cima Rocca Pia (1051) e sbocca sui prati delle malghe Preta di Sotto (1527) e Fanta (1496).
«È per il Veronese un ambiente unico, eccezionale anche a confronto con altri percorsi alpini, se si consideri che scorre parallelo al letto dell’Adige (900 metri sotto) e all’altopiano della Lessinia (450 sopra)», dice Bruno Bettio. «Un terreno assolutamente vergine che già aveva affrontato, desistendo, l’alpinista veronese Gianni Rizzi, ora scomparso. Prevale la scoperta continua, ci sono alberi enormi ( un maggiociondolo colossale, un abete fatto a pipa che si protende nel vuoto e risale dall’abisso), l’arrampicata è assoggettata al luogo, uno scoglio immenso fra due bancate di assoluto contrasto, l’ambiente domina l’uomo, lo assoggetta e lo guida, un viaggio unico».
E prosegue: «Vorremmo lo si affrontasse con questo spirito, non è alla portata di molti, e forse è un bene. E’ da percorre solo col tempo perfetto. Vi si trovano tracce di camosci e caprioli (dove riescono a passare), qualche rettile, volano vari rapaci. Abbiano evitato con cura di disturbarne nidificazioni e svezzamento dei pulcini. La vista cambia di continuo: Adamello, Brenta, basso lago di Garda, piana di Rivoli, Baldo e sua bastionata sul fiume e poi: ginepri, carpini, cornioli, flora alpina da non calpestare. Un vero mondo esterno, spettacolare, magico».
Conclude: «Vorremmo arrivare, sempre lungo la traccia della cengia, nella zona sottostante la Spluga della Preta (1497, profonda 877 metri), ora ci impegneremo a completarlo tecnicamente, dobbiamo ancora scrivere la relazione della via e dargli un nome».
[Fonte : L’Arena del 08 Agosto 2010]
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