21 feb 2010

Allarme per le valanghe «Multe a chi le provoca»

Due settimane fa il dolore per due giovani morti. Sul Baldo, sopra Malcesine, per una slavina: proprio dietro casa, sulla montagna dei veronesi, quella buona e «paterna». Oggi il nuovo allarme lanciato dall’Arpav: il rischio valanghe in questi giorni è molto elevato: di grado 3 su una scala di 5 fino a 1900 metri, di grado 4 oltre questa quota. Il consiglio è chiarissimo: evitare lo sci fuoripista ma anche le escursioni a piedi e con le ciaspole su pendii ripidi, e non sottovalutare anche i versanti che in apparenza appaiono sicuri. Insomma, prudenza massima, perchè gli strati nevosi sono incoerenti e solo in poche zone il manto si è assestato.
Un consiglio-appello a tutti i frequentatori della montagna che riporta in primo piano il problema-valanghe. Un tema sempre dibattuto, rispetto al quale, dopo le recenti tragedie, si è arrivati anche a parlare di carcere per chi causa slavine dall’esito mortale. Restrizioni, libertà individuale, prevenzione? «Un segnale serve, ma dubito che la detenzione sia proporzionata o efficace», commenta Piero Bresaola, presidente della sezione veronese del Club alpino italiano. «Credo che un sistema di multe, pesanti, anche di migliaia di euro, farebbe se non altro riflettere qualcuno. Tanti, troppi morti per non avere voluto conoscere, o volutamente ignorato, le regole più elementari».
È amareggiato e non ha la bacchetta magica. «Lungo il Vallone Osanna, sul Baldo, o sul Carega le valanghe cadono, lo si sa da sempre. Eppure c’è chi rischia. Nel volgere di un decennio i frequentatori della montagna sono triplicati. Ottima cosa, ma purtroppo molti di questi non hanno voglia di ascoltare, informarsi, imparare e limitarsi. Il problema è tutto qui: il divertimento facile non è automaticamente sicuro, sulla neve men che meno».
Dei ragazzi morti sul Baldo non parla. Due morti così sono impossibili da commentare. «Non è comunque solo la gioventù a sottovalutare. Ci sono persone assai più mature che fanno la stessa cosa e ciò è decisamente più grave».
«Cominciamo a fare pagare gli interventi di soccorso, quelli che risultino inequivocabilmente frutto di leggerezza o sottovalutazione», suggerisce il presidente del Cai. «Certo, c’è un buco normativo da riempire: ma se quanti intervengono, volontari e forze dell’ordine, avessero il potere di stendere rapporti con un vero peso giuridico, forse qualcuno comincerebbe a riflettere».
«Non è tollerabile che le squadre del Soccorso alpino siano continuamente chiamate a intervenire per episodi spesso banali. I volontari non si tirano indietro, perché è la loro missione, ma hanno devono lasciare in pochi minuti lavoro e famiglie per correre dove chiama l’emergenza, rischiando le loro stesse vite. Non è giusto che questo impegno sia preso con leggerezza». «Oppure», provoca, «se questo dev’essere il futuro dello sport in montagna, un gioco di massa, frenetico e tragico, il Soccorso alpino dovrà trasformarsi da volontario a professionale, ed essere pagato di conseguenza. Ma sarebbe una sconfitta».
Incalza Bresaola: «Bisogna soprattutto informare, cosa che il Cai per quanto possibile fa da sempre con i suoi corsi, le gite, le conferenze, interventi nelle scuole. Si potrebbero segnalare meglio, anche sulle direttrici che portano alla montagna veronese, il rischio di valanghe, l’ammonizione a seguire le regole. Qualcuno ignorerà tutto questo. Ma tacere è peggio. Sulle nostre montagne l’incidente gravissimo non accade spesso. Ma quando succede lascia il segno».

[Fonte : L’Arena del 21 Febbraio 2010]

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