14 giu 2009

Soccorsi di notte nel canyon

Una frattura alle gambe mentre faceva torrentismo nel Vajo dell’Orsa; l’incidente è reale, era accaduto in passato. Questa volta però è stato messo in scena, simulato per l’esercitazione congiunta messa a punto l’altra notte dal Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (Cnsas) di Verona, che ha coinvolto sia la squadra alpina sia quella speleologica.
Guidati dai rispettivi capistazione Marco Vignola e Damiano Federti, 23 volontari hanno iniziato a lavorare venerdì alle 20, incontrandosi a Brentino Belluno dove sono rientrati ieri alle 6,40.
Questa esercitazione fa parte dei programmi d’addestramento annuale del Cnsas, che prevede, per il torrentismo, di testare le tecniche di recupero di un infortunato, simili a quelle d’intervento in grotta: quindi eccezionalmente difficili. L’esercitazione va inoltre a favore di coloro che stanno frequentando i corsi della Scuola nazionale dello Cnsas, di Milano, volti a formare tecnici di forra, moltissime nel Veneto.
«Poiché il Vajo dell’Orsa è frequentatissimo», premette Vignola, «bisogna sempre essere pronti ad intervenire in caso di incidenti, che prevedono l’uso della barella stagna in neoprene per trasportare il ferito in acqua, proteggendolo durante il percorso, operazione da farsi senza esitazioni essendo lunghi i tempi d’intervento in questo vajo». Impossibile, infatti, l’apporto dell’elicottero, che nel «canyon» non può neppure calare il verricello. Simulando infatti il salvataggio s’è verificato che servono almeno 5-6 ore partendo dal punto più stretto. Tutto ciò facendo la simulazione nelle ore più difficili, quelle della notte, per essere pronti al peggio quando l’oscurità laggiù si fa più imperscrutabile.
«In questi casi», aggiunge, «serve pure una buona comunicazione e l’esercitazione ha permesso di testare la copertura radio, cruciale per coordinarsi nelle fasi del recupero. Il risultato è stato buono poiché le squadre esterne alpine e quelle interne speleo hanno constatato che comunicano in modo chiaro anche nei punti più delicati». I casi più gravi accaduti qui sono stati quelli di una ragazza fratturatasi il femore nel 2005 e di un francese che l’anno scorso aveva riportato uno sfondamento toracico: «Ieri abbiamo simulato una frattura agli arti inferiori a metà vajo. La squadra è partita alle 20 da Brentino Belluno, è salita a Ferrara usando le tecniche di progressione di forra con la barella ed è arrivata dal ferito alle 23.40», dice Federti. «Abbiamo impiegato circa mezz’ora a stabilizzarlo e quindi abbiamo trasportato la barella galleggiante lungo il vajo, la fase più dura, il fulcro del soccorso in forra, che permette di spostare l’infortunato in questi ambienti».
I volontari sono sbucati dai meandri dell’Orsa alle 6,30. «In un caso reale avremmo trovato qui un’ambulanza inviata dal 118 per portare il ferito in ospedale o, in altre situazioni, l’elicottero». A chi voglia effettuare questo percorso estremo si consiglia di partire di buon mattino per non farsi cogliere dal buio. Il percorso è a senso unico: non si torna indietro. I non esperti devono, comunque, appoggiarsi alle guide alpine.
(B.B.)

[Fonte : L’Arena del 14 Giugno 2009]

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