I modelli matematici indicavano per fine gennaio e inizio di febbraio un’ondata di gelo polare sulle Alpi. Invece l’Italia è stata investita da correnti miti, e quindi perturbazioni a ripetizione e freddo moderato. Risultato: ancora neve abbondante, che è andata a sommarsi allo spesso manto preesistente. Il rialzo netto delle temperature e la pioggia anche sino a 1500 metri di quota ha fatto il resto, rendendo instabili al massimo i pendii già stracarichi di neve. E così, puntuale, è scattato l’allarme valanghe.
In una situazione del genere, anche se il sole fa finalmente capolino per qualche ora dopo settimane di maltempo e anche se le montagne si presentano nella loro veste invernale più invitante, è saggio stare alla larga da creste e canaloni. Almeno per qualche giorno.
Non a caso nello scorso fine settimana i responsabili del Soccorso alpino di Verona hanno diffuso un comunicato in cui sottolineavano l’elevato pericolo in cui si può incorrere in questi giorni durante un’escursione, avventurandosi nelle zone più a rischio.
Ma questo cosa significa, che la montagna sarà proibita ad escursionisti, alpinisti e scialpinisti fino a data da destinarsi? Assolutamente no, e il primo a dirlo è lo stesso Marco Vignola, capo della sezione scaligera del Corpo nazionale del Soccorso alpino. «La segnalazione ai mass media e alle autorità competenti della situazione di pericolo potenziale di distacchi spontanei, oltre che provocati, di valanghe sui fianchi più a rischio dei nostri monti», spiega Vignola, «nelle circostanze attuali è stato un atto dovuto. Ma, sia chiaro, non abbiamo detto che ovunque ci sia neve lì sussista il pericolo di valanghe. Chiunque abbia un minimo di esperienza invernale in montagna, infatti, sa che i versanti a rischio sono quelli con pendenze oltre i 28 gradi circa, in pratica l’inclinazione dello scivolo abbastanza ripido di un garage».
In più deve trattarsi di pendii che abbiano una certa estensione geografica, altrimenti il distacco non avviene per evidente mancanza di spazio. Se ci sono gli alberi o barriere naturali, poi, i distacchi sono meno probabili, e anche l’esposizione al sole del versante gioca un ruolo non indifferente. Insomma, il rischio esiste, ma si può andare in montagna anche in questo periodo senza necessariamente finire sepolti da una valanga.
«Non vogliamo far scappare la gente dalle montagne», spiega Vignola, «né fare dello sterile allarmismo. Tuttavia è innegabile che alcune zone in questi giorni sono assolutamente da evitare. E’ impossibile citarle tutte ma, genericamente, possiamo dire che l’intero fianco orientale del Baldo, sovrastante Novezza e la Strada Graziani, è ad altissimo rischio, e lo stesso dicasi per il settore occidentale del Baldo, dai 1500 metri circa in su, a partire da Costabella e sino a Bocca Tredes pin, strada della Val Trovai, canaloni e circhi glaciali compresi. Sono le zone preferite dagli sci alpinisti, è vero, ma chi è saggio, oltre che esperto, saprà aspettare il momento giusto».
Via libera invece a escursioni e soprattutto alle ciaspolate nella zona di Prada, e in special modo nella faggeta di Naole e Pralongo dove, salvo qualche breve canalone vicino alle creste di Costabella, non si corre alcun rischio.
E la Lessinia? Lo abbiamo scritto ancora su queste pagine che la Lessinia, eccezion fatta per la zona compresa fra Castel Gaibana e alto Valon, Cima Trappola e passo Malera, è praticabile ovunque senza problemi. I fianchi morbidi e lievemente ondulati dell’altopiano lessinico non offrono infatti pendii in grado di generare valanghe di rilievo ma solo, ed eccezionalmente, piccoli smottamenti di neve.
Cambiano invece le cose quando dalla Lessinia ci si affaccia verso il Gruppo del Carega. Qui il rischio si fa elevato. «Quest’anno la troppa neve», spiega il gestore del rifugio Revolto, Giorgio Annechini, «ha creato un paesaggio eccezionalmente bello e suggestivo ma pericoloso. La conca del Lago Secco è minacciata dall’immenso pendio di neve del Plische, la costiera Zevola-Terrazzo ogni tanto scarica neve con boati che fanno paura, e la classica traversata da qui a San Giorgio attraverso il passo Malera è impraticabile, a meno di non sfidare la sorte. Non parliamo poi della parte alta del Carega, vale a dire dal Pertica in su: lì c’è un mare di neve. Instabile, ovviamente».
Che fare, allora? Rinunciare ad ammirare l’alta Val d’Illasi nella sua veste invernale più suggestiva? No, però occorre muoversi con prudenza e limitarsi a salire solo fino all’accogliente (e sicuro) belvedere dove sorge il sempre aperto rifugio Revolto (eccezionalmente si potrà arrivare sino al Pertica se la traccia verrà battuta) ma occorrà limitarsi a seguire la strada, attualmente coperta di neve, senza effettuare varianti.
E infine, si dovrà ricordarsi la cosa più importante: usare sempre la testa e non lasciarsi trascinare dall’entusiasmo.
(Marco Vignola)
[Fonte :
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