L’orso del Baldo a spasso sulla neve
L’orso del Baldo ha deciso di festeggiare San Silvestro sul versante atesino della montagna. Lo ha fatto sapere lasciando teorie di impronte sulla neve gelata, sopra una pozza che guarda verso la valle dell’Adige, la cui località è meglio non precisare per evitargli invasioni di campo moleste.
Le orme, nettissime, le ha fotografate uno dei pochi che il «Paterno Monte» lo vivono tutto l’anno, lo studiano e proteggono, nella flora e nella fauna. Si tratta di Paolo Cugildi che, con il Gruppo micologico Calzolari che presiede, ha restaurato l’implosa malga Valfreda di Dentro, e ne ha fatto un polo culturale per lo studio della fauna, dei funghi, degli animali selvatici e anche dei rettili, con tanto di vivario.
«Cinque giorni fa ero in escursione con la mia compagna, Marisa Sandri, nel territorio di Ferrara di Monte Baldo, quando abbiamo scoperto le tracce del plantigrado e le abbiamo fotografate», spiega. «Il ghiaccio di una vecchia pozza aveva impedito alla poca neve caduta da giorni di sciogliersi, le impronte erano nette, freschissime. Disegnavano un percorso vagante, forse l’orso cercava di bere sotto il laghetto gelato».
Per chi lo ama e lo considera un segno vitale del nostro massiccio è un buon segno, significa che l’orso trova di che sostentarsi ed è schivo, solitario, elusivo, autonomo. «Spero che pochi vadano a cercarlo, sia studiosi che fotografi che semplici curiosi», dice Cugildi. «Ora che è inverno e lui non si è ancora rintanato, ha bisogno di tutta la quiete possibile perché, fra persone rispettose della natura ci sono sempre malintenzionati che lo vedono come elemento di disturbo della loro attività finora impunita: il bracconaggio».
Negli ultimi tempi l’orso baldense è stato segnalato al Coal Santo, prima addirittura davanti al rifugio Fosce sul Baldo trentino, poi verso Baito Buse, ora sul Baldo orientale. Ha una mobilità sorprendente. Gli orsi sanno essere veloci corridori, discreti arrampicatori, sono molto agili, anche abili nuotatori, si nutrono al 95 per cento di vegetali (frutta, funghi, radici, ortaglia, tanta erba e bacche), hanno cinque unghioni per zampa, vanno solo in semiletargo durante la stagione fredda. E sono schivi, solitari, di fronte all’uomo fuggono impauriti. Spesso senza farsi vedere, avvertiti per tempo dal loro udito e dall’olfatto.
Da 150 anni non si registrano fatti cruenti con l’orso in Abruzzo e Trentino. Sui Pirenei francesi a inizio novembre hanno abbattuto, con il suo cucciolo, Cannella, l’ultima orsa pirenaica. Ma guai a frapporsi fra una madre e i cuccioli, o sparargli: reagirà.
Questo plantigrado nostrano (sigla KYZG2) è nipote di Kirka, importata dalla Slovenia nel 1999 con altri nove orsi. Adesso in tutto il territorio trentino (ma anche veronese e bresciano) ce ne sono 23. Sul Baldo ci sono spazi estesissimi di grande natura selvaggia o rinselvatichita, specie sul versante gardesano.
Ci sono già state persone che hanno portato in quota mele, pere, addirittura kiwi, per foraggiarlo. Un soccorso sconsigliato dal progetto «Life Ursus» del Parco Adamello-Brenta e della Provincia autonoma di Trento. «L’animale deve verificare da solo le opportunità di insediamento e autonomia», spiega Carlo Frapporti, un ex cacciatore, ora appassionato di fotografia animale, che condivide con i forestali il controllo del ripopolamento. Se nella toponomastica veronese orso è parola diffusissima, da noi era scomparso ancora dall’800 mentre, dal 1764 al 1935, nella Venezia Tridentina sono stati uccisi centinaia di esemplari: 190 fra il 1855 e il 1930 e, dal 1935 al 1971, almeno 29. Ne erano rimasti tre attorno il lago di Tovel. Ma se lo si incontra in un passaggio obbligato? Bisogna evitare di guardarlo negli occhi (è una sfida) e di fare chiasso; meglio tornare indietro lentamente, senza correre, e lasciandogli sempre una via di fuga. Se simula aggressività reale (e non c’entra che si alzi in piedi, lo fa solo per vederci meglio), bisogna sdraiarsi a terra in posizione fetale proteggedosi la testa con le mani, in silenzio. Chi l’ha fatto se l’è cavata con una bella annusata. E una fifa da campione.
(Bartolo Fracaroli)
[Fonte: L’Arena]
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